Il Segno di una Presenza

I ringraziamenti li metto qui, all'inizio, ricordando che molti di loro non sanno neppure di essermi stati d'aiuto. Tutto il lavoro non sarebbe nato (o perlomeno non sarebbe così come io ora ve lo propongo) senza il preziossimo aiuto di:

Måns Björkman
Humphrey Carpenter
mons. Luigi Giussani
Paolo Gulisano
prof.ssa Emilia Lodigiani
prof. Nazzareno Morresi
prof.ssa Ivana Saracco
Nicoletta Solazzi
Maria Rosaria Vallesi

Perchè leggere Tolkien?
Ne vale la pena, perché non si tratta di favole per bambini (o per lo meno non sono state espressamente scritte per loro), ma di opere su cui riflettere. Sono, come Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, romanzi che si possono leggere sotto diverse chiavi di lettura. I bambini ne colgono l'aspetto umoristico e fantastico, un adulto può andare oltre, analizzandole dal punto di vista letterario o come un'opera su cui riflettere. E sotto il punto di vista letterario Lo Hobbit segue la più tradizionale delle strutture dei romanzi medioevali: andata/conquista/ritorno, ripresa qua e là dall'entrare/afferrare/uscire. Il fatto che non sia solo uno dei tanti romanzi fantasy che oggi vanno molto di moda è provato da quello che per altri versi può essere considerato un limite della prosa di Tolkien, limite che lo differenzia dagli autori di fantascienza o fantasy, cioè una certa lentezza dell'azione, l'assenza di colpi di scena spettacolari, segno che ciò che l'autore cerca non è anzitutto un divertimento (in senso pascaliano), una fuga dalla realtà, ma piuttosto una rilettura della realtà, che ne sveli il lato normalmente dimenticato. Infatti Tolkien porta, nel saggio Sulle fiabe, due esempi, quello del soldato che fugge dalla battaglia e quello del soldato che evade dalla prigione in cui l'hanno rinchiuso per poter tornare a combattere. E questa è la cifra che lo differenzia da una letteratura che tende a far dimenticare all'uomo la realtà: quello di Tolkien è un viaggio in un Universo Secondario che tende sempre ad una rilettura della realtà primaria, della battaglia nell'esempio fornito prima. Reinterpretarla vuol dire valori più vicini ai desideri ultimi dell'uomo che nella vita di tutti i giorni vengono dimenticati. Spesso, nel linguaggio corrente, diamo un valore negativo alla parola Evasione, quando però con questo termine intendiamo la Fuga: è quest'ultima la negazione del reale; l'Evasione esce solo dai conformismi, dalle mistificazioni, tenendo sempre una porta aperta sulla realtà, che si è preposta di osservare.E questo è il motivo che spinse Tolkien a scrivere: la volontà del mondo esterno di ottenebrare i desideri del cuore umano aveva bisogno di essere smascherata. Da sempre l'uomo ha avuto i miti, delle storie ambientate in un mondo ideale, in cui sono messi a nudo i desideri inestinguibili con cui l'uomo è nato: desiderio di Bellezza (basti pensare alle belle principesse), di Verità (ad esempio il Graal), di Giustizia (il cavaliere che aiuta i deboli), di Libertà (la lotta per gli oppressi). L'Inghileterra del secondo dopoguerra era, secondo Tolkien, in quel contingente storico, il Paese più demitizzato: il complesso di leggende tradizionali, che per Tolkien erano la via più diretta per parlare al cuore umano, erano stati relegati a "storielle per bambini". Ma Tolkien è pienamente cosciente che è impossibile tornare indietro, specialmen-te con degli avvenimenti storici: non avrebbe potuto dire "dimentichiamoci delle due rivolu-zioni industriali, del positivismo, di Enrico VIII", e di tutto ciò che ha fatto allontanate l'uomo inglese dal mos majorum, da quello che Tolkien chiamava "tradizioni degli antichi padri". Il nostro autore aveva sentito l'esigenza di ripartire dal principio, dal Caos, per poter invertire la tendenza alla disgregazione tipica di ogni realtà, da quella politico-sociale a quella artistica a quella antropologica. Tolkien aveva paura che di fronte all'avanzata distruttrice della modernità tecnologica e irreligiosa, scomparisse anche la memoria, la Tradizione, e cominciassero tempi di aridità, di materialismo, di menzogna. Ma la visione del mondo che Tolkien ha non è pessimistica, profondamente e cristianamente realista: non si limita a criticare, propone anche il metodo per salvare l'uomo. L'Inghilterra aveva dunque bisogno di nuovi miti in cui credere, e la missione che Tolkien si era prefissato era di scriverli, e di scrivere storie che li sottendessero, storie che rimandassero e presupponessero dei miti (diligentemente stesi nel Silmarillion). Ma cos'è un mito? In greco, mythos vuol dire solamente racconto: successivamente alle grandi composizioni di Omero è diventato per antonomasia una favola che propone i grandi temi della vita umana. Ed èimportante anche il tipo di mito a cui si rifà: le sue creazioni sono ispirate alle saghe "celtiche", sono molto simili alla mitologia scandinava, norrena ed inglese medioevale. La stessa struttura narrativa de Lo Hobbit è ricalcata sulle orme del romanzo inglese del Medioevo.

Lo Hobbit un romanzo medioevale?
La parola romanzo è un termine medioevale, che deriva dall'antico francese "romanice loqui", ed indica una narrazione in prosa. Il suo sviluppo risale al I° secolo, in Grecia ed a Roma, dove veniva chiamato con termini riconducibili al concetto di narrazione (es. novelle, le quali avevano antecedenti nella storiografia, nel teatro e nei poemi epici). Il romanzo nasce come un riflusso nel privato (quando il cives diventa suddito, quando non è più al centro della vita politica, ma la subisce, cfr. l'otium latino), come una forma più vicina ai desideri ad alle aspettative del pubblico, che si fa sempre più vasto (cfr. la "diffusione" del libro). Mentre prima il rapporto emittente/destinatario era orale, ora il pubblico è mediamente un po' più acculturato: non partecipa ad una vita politica e cerca opere di evasione, delle storie in qualche modo "comuni", ma proiettate in un cronotopo indefinito (difatti le storie erano per lo più ambientate in atmosfere esotiche). E così durante il periodo che segue la caduta dell'Impero Romano: mentre il latino, la lingua alta, era utilizzata per la letteratura "colta", le lingue romanze per la trascrizione delle opere di evasione. L'azione del romanzo medioevale si svolgeva in una terra, la Midhgardh dei miti nordici, che poi sarà la Middle-Earth (Terra-di-Mezzo) di Tolkien: un tratto di terra tra il cielo e gli in-feri. "Non è segnato in nessuna carta geografica: i posti veri non si trovano mai" direbbe Melville: è un cronotopo che, grazie proprio alla sua immensa lontananza, assume dimensioni mitiche e rende credibili ed in un certo qual modo "reali" i fatti che vi si svolgono e l'esistenza di altre razze oltre a quella umana (stregoni, unicorni, draghi, ecc.). La quête francese, cioè la quest inglese, seguiva quasi sempre una struttura circolare di viaggio di ricerca e ritorno al punto di partenza. C'è in genere una situazione di benessere e stasi rotta da una sciagura o da una mancanza, che impongono l'allontanamento dell'eroe da casa, per superare delle prove lungo la sua cerca, che si conclude con il suo ritorno. Quattrosono le caratteristiche fondamentali della quest, l'oggetto, il viaggio, l' eroe, le prove. L'oggetto (che può essere il Sacro Graal come una bella principessa) è la necessità di mettere uno scopo alle proprie azioni, la meta, il telos a cui mirare: il raggiungimento dell'autenticità, della santità, della ricchezza osolo di una felicità a breve termine. Il viaggio, ovviamente, è l'allegoria per eccellenza della vita stessa, cometrasposizione dell'esperienza quotidiana con il procedere inarrestabile del tempo. Si può tranquillamente affermare che non si viaggia se non per ritornare (per ritrovarsi cambiati o per annunciare le scoperte fatte). L'eroe ha un significato ambiguo. Molti partono per la cerca, ma solo uno è
il "predestinato": l'eroe è teso tra la consapevolezza della propria unicità e la possibilità di essere uno dei tanti che falliscono. Le prove possono essere sia di ordine fisico che morale: sia gli ostacoli che l'eroe si trova sulla strada, sia i moti contrari (all'interno della sua mente), che gli fanno distogliere lo sguardo dalla meta, che lo portano ad un bivio che richiede una gravosa scelta morale.

'Lo Hobbit' un romanzo medioevale?
Ed ora vediamo come questa struttura si adatta perfettamente al "nostro" romanzo. Abbiamo detto che deve avere una struttura circolare, e lo stesso sottotitolo ce lo inquadra ("There and Back Again"). Le quattro caratteristiche sono diligentemente seguite dall'autore: come oggetto il tesoro di un drago (ma poi vi saranno spade, anelli, pietre incantate), come viaggio l'intera vicenda, come eroe un hobbit, Bilbo Baggins (in realtà un eroe involontario, un eroe a sua insaputa), e numerosissime le prove che deve superare. E vengono superate nelle maniere più disparate, all'inizio più infantilmente, poi con sempre più coscienza, fino alla completa maturità di Bilbo. E sotto questo punto di vista possiamo affermare che Lo Hobbit è un romanzo di formazione

Brevissimo riassunto
È un romanzo nato per essere letto ad alta voce, come testimoniano la tecnica dell'«io-tu» tipica del parlato, le numerose intromissioni dell' autore, le ricapitolazioni introdotte dal "come ricorderete" e gli «a parte» scherzosi destinati a far sorridere l'uditorio. La trama, come già accennato, è incentrata sulle vicende di un povero piccolo hobbit, Bilbo Baggins, che si trova immischiato in un'avventura: deve aiutare dei nani nel riconquistare il tesoro sottrattogli dal drago Smaug. La narrazione si snoda lungo il percorso travagliato da Casa Baggins alla Montagna Solitaria (dove un tempo risiedevano i nani), con un'epica battaglia incorporata, ed il viaggio di ritorno, che in realtà occupa poche pagine. Non vi dirò nient'altro della trama, per non togliervi il gusto di assaporare una narrazione fresca ed a tratti ironica. Lo stesso Tolkien ha conosciuto una evoluzione, da Lo Hobbit (1937) alla trilogia de Il Signore degli Anelli (1954/5): il romanzo preso in esame è difatti il primo di una serie che non sempre segue una successione cronologica. Ne Lo Hobbit predomina la dimensione esteriore, materiale: il problema è riconquistare un tesoro, il tesoro dei nani, loro sottratto dal drago Smaug. L'obbiettivo è di per sé legittimo, ma in fondo anche abbastanza meschino, comunque particolare, limitato. Nella trilogia invece la posta in gioco sarà la salvezza del mondo stesso, una lotta contro un male che non è solo ingiustizia materiale, ma dominio spirituale degli
esseri di cui si impossessa e che lo servono. Ne Lo Hobbit, l'incarnazione del male è l'ingiusto possesso di un tesoro, mentre ne Il Signore degli Anelli il male si manifesta come volontà di annullare la personalità altrui per farne il docile strumento del proprio perverso potere.

Bilbo
Dal punto di vista mitologico, le uniche creazioni tolkieniane de Lo Hobbit, cioè le uniche creature non riprese da altre mitologie (come accade per i nani, per il drago o per gli elfi), sono gli hobbit. Ma cos'è uno hobbit, parola che da il titolo al romanzo? Tolkien era principalmente un filologo, e pare che l'idea per lo stesso romanzo gli venne quando, correggendo dei compiti che si era portato a casa, trovando una pagina lasciata in bianco, vi scrisse sopra "In a hole underground, there lived an hobbit". Inventata la parola, la analizzò dal punto di vista filologico, cioè ne analizzò il suono e le assonanze, fino ad arrivare alle creature stesse. Si può quindi dire che sia nato prima il nome e poi il personaggio (così come avviene per i personaggi, il cui carattere è stato fatto derivare dal nome, o per glie elfi, popolo di cui sono nato prima le lingue e poi le loro caratteristiche). Il personaggio è stato quindi partorito in maniera quasi spontanea dalla mente dell'autore, così come Pirandello affermava: "Quale autore potrà mai dire come e perché un personaggio gli sia nato nella Fantasia? Il mistero della crea-zione artistica è il mistero stesso della nascita umana" Gli hobbit sono una branca della razza umana, alti all'incirca la metà di noi, amanti del quieto vivere, della buona cucina, della campagna non meccanizzata, diffidenti nei confronti delle novità. Non amano viaggiare, ma fare passeggiate nella loro Contea, di cui conoscono ogni minimo angolo: non escono spesso dal loro mondo, non per timore, ma perché hanno perso ogni interesse per il mondo esterno (mondo che esso stesso ha perso interesse per gli hobbit). Sono gente semplice, con capacità di sacrificio, esenti da ogni tipo di violenza.E come l'autore stesso dice: "Gli hobbit rappresentano semplicemente la società rustica dell'Inghilterra: la loro taglia è piccola per riflet-tere la loro generalmente piccola fantasia - non la piccolezza del coraggio o del loro potere latente"

Detto in un'altra maniera, gli hobbit sono la combinazione di poca immaginazione e di grande coraggio. Questa loro caratteristica è una costante della vita di Bilbo, che nel romanzo viene splendidamente resa, anche se spesso rimane nascosta. Basta prendere in esame due passaggi, uno all'inizio del 2° capitolo ed uno che chiude il libro. I nani si presentano a Casa Baggins di sera, e vi pernottano anche, ma quando Bilbo si sveglia, a mattina inoltrata, non trova più nessuno. "Si sentì realmente sollevato pensando che, dopo tutto, se ne erano andati senza di lui, e senza stare a sve-gliarlo («ma senza neppure dire grazie» pensò); eppure in un certo qual modo non poteva fare a meno di provare una certa delusione. Questa sensazione lo sorprese" Sì, perché se da un lato a Bilbo non piacevano le avventure ("Brutte fastidiose scomode cose! Fanno far tardi a cena! Non riesco a capire cosa ci si trovi di bello!") dall'altro ne era fatalmente attratto. Il tutto viene giustificato genealogicamente: la madre di Bilbo apparteneva alla famiglia dei Took, e si diceva spesso (in altre famiglie) che molto tempo addietro uno degli antenati dei Took doveva aver preso in moglie una fata. Certo, sono solo artifizi letterari per mettere in risalto la contraddizione che lacera il protagonista, il desiderio di felicità, che non può mai essere annullato: l'uomo non riesce a vivere sempre in "maniera borghese", c'è un qualcosa dentro di noi, un desiderio profondo (che in Bilbo era stato svegliato dall'arrivo dei nani) che non sopporta la vita piatta.L'altro punto è quando, alla fine del romanzo, Gandalf dice a Bilbo:"Non crederai mica che ti sia andata bene in tute le tue avventure e fughe per pura fortuna, così, solo e sol-tanto per il tuo bene? Sei una bravissima persona, signor Baggins [.], ma in fondo sei solo una piccola creatura in un mondo molto vasto". Cioè: c'è un disegno buono sulla vita, non siamo soli nella realtà, c'è Qualcun Altro, un Disegno Provvidenziale (identificato nel racconto nelle "profezie delle vecchie canzoni"). Ed è ancora più bella la risposta di Bilbo, che esclama: "Grazie al cielo!". Come detto prima, Lo Hobbit può essere considerato un romanzo di formazione, ed in fondo è questo il tesoro che Bilbo porta a casa: la consapevolezza di essere cambiato, unità all'umiltà felice di essere solo un pedina nelle mani della Provvidenza.  Il tema della Provvidenza è presente nell'opera di Tolkien associato anche alla figura di Gollum, nel Signore degli Anelli. Gollum è uno dei tre personaggi de Lo Hobbit che vengono rincontrati nella trilogia, e questo ne indica l'importanza.

Gollum
Gollum è una creatura deforme, anche se in realtà anni ed anni prima erauno hobbit, che viene incontrata nel 5° capitolo ed introduce forse uno dei più bei personaggi usciti dalla penna del Professore di Oxford. "Qui, nel profondo, [.] viveva il vecchio Gollum, un essere piccolo e viscido. Non so da dove venisse, né chi o cosa fosse. Era Gollum, scuro come l'oscurità stessa, eccezion fatta per due grandi occhi rotondi e pallidi nel viso scarno. Aveva una barchetta, e silenziosamente andava in giro sul lago sotterraneo" E così passava i suoi giorni, assalendo le prede alle spalle, vivendo isolato sul suo isolotto dentro un complesso di grotte "Ed era infelice, solo e perduto" trascorrendo "infiniti, identici giorni, senza una luce o una speranza di miglioramento: pietra dura, pesce freddo, strisciare esussurrare". Quando Bilbo entra nel suo mondo, dove anche gli orchi andavano di rado, sconvolge completamente la vita di Gollum, che aveva ormai dimenticato la luce del mondo esterno, soprattutto perché Bilbo si appropria dell'anello di Gollum: era un anello incantato che gli permetteva di diventare invisibile e che utilizzava per aggredire le prede alle spalle. Era l'unica cosa con cui parlasse, e lo faceva a voce alta e rappresentava per lui qualcosa come una coperta di Linus. Gollum aveva voluto eliminare la "presenza" dalla sua vita, ma senza la presenza l'uomo è un disperato nulla (basti pensare ad un bambino senza la presenza di un padre o di una madre, ed è lo stesso per un uomo che non riconosce una Presenza superiore). Ed allora perché Gollum (e non è l'unico!) ha voluto negare la Presenza? Per due motivi. Il primo è che nell'uomo è presente quel desiderio di masochismo o mania di autodistruzione, ed è per questo che la modalità più istintiva con cui l' uomo si accosta alle cose è un processo strumentalizzante E citando don Giussani: "E ciò è proprio l'abolizione della presenza, perché la presenza è caratterizzata dal fatto che io riconosco che l'altra persona è altro da me. Se non c'è questo riconoscimento, questo distacco, non c'è presenza.Infatti, dopo un po' il rapporto stufa. Dopo la prima curiosità o dopo la sensazione iniziale della presa, esso pesa dentro lo stretto orizzonte in cui è vissuto, ed il nostro io comincia ad agitarsi insoddisfatto" ed infatti tutto il capitolo 5 (che comincia con l'entrata di Bilbo nell' area di azione di Gollum e termina con la sua uscita) è un lunghissimo climax dei sentimenti di Gollum, da stupore, curiosità, con un velo di timore, fino ai sentimenti di odio, di disperazione, di ira e di angoscia (kierkegaardianamente intesa). Proseguendo con la citazione:"Occorre forza morale per superare questa resistenza strana, eccentrica, pazza, autodistruttrice che c'è nell'uomo. Anche perché tutto ciò che ci circonda odia rabbiosamente la presenza (date per ora a questa parola tutti i significati che volete: presenza dell'uomo alla donna, dei genitori ai figli, del maestro all'allievo, dello studente all'insegnante, dell'amico all'amico). Il mondo, cioè ogni concezione della vita, dell'uomo e del cosmo che non attinge alla sorgente originale della parola che ci ha creati o alla parola che è penetrata nella storia, che 'si è fatta carne', il mondo che è posto nella menzogna odia la presenza, si frappone fra noi e la presenza, la strappa, la cancella" Ed è chiaro che la forza morale che serve all'uomo per superare la tendenza autodistruttrice ed il rifiuto del mondo esterno, Gollum non l'aveva. Ed il ribellarsi contro l'idea di un orizzonte più grande si concretizza nel ribellarsi contro Bilbo, che gli ricordava i giorni trascorsi all'aperto, che così diventa, per Gollum, un ladro, un imbroglione, un "odioso ficcanaso". Ne Il Signore degli Anelli, Tolkien ci dirà che alla fine, però, Gollum è riuscito a vincere le resistenze: uscirà dalla sua caverna, anche se solo per cercare l'anello che gli è stato sottratto. L'anello si scoprirà essere un artefatto potentissimo, capace di dare un potere enorme, e per evitare che cada in mani sbagliate dev'essere distrutto. Il nipote di Bilbo partirà per gettarlo in un vulcano, l'Orodruin. Durante il suo viaggio (la sua quest) incontrerà e catturerà Gollum, ma per un atto di gratuita misericordia gli risparmia la vita; proprio all'ultimo il protagonista de Il Signore degli Anelli non riuscirà a compiere la sua missione (gettare l' anello nel vulcano): solo a questo punto Gollum gli strapperà l'anello di mano, perdendo l'equilibrio e cadendo egli stesso all'interno. Ed è così che anche la più infima e viscida creatura, si rivela parte di un Disegno più grande.