Narn en Randir Annûn
ovvero
Racconto dell Viandante dell'Occidente
di Emiliano "Elendil" Caruselli

Elenna, i quartieri della stella : questo il nome che i Dùnedain diedero alla loro terra. Nùmenor per gli Elfi, era sorta dal mare per volontà del Valar Ülmo, ricompensa per l'aiuto che i Dùnedain, i più nobili tra gli uomini, avevano dato durante la Guerra d'Ira.
Selvaggia, splendida, ricca di frutti ed immacolata : così la videro gli uomini di Eärendil sbarcativi ; e subito l'amarono, e ne furono felici.
Molte generazioni di Nùmenòrean si succedettero su questa terra, e il loro numero cresceva parimenti alla potenza ed allo splendore del loro regno. Divennero grandi navigatori, poiché per indole cercavano l'avventura ; Pur tuttavia la loro meta era sovente l'est, la Terra di Mezzo, giacché Manwe, il maggiore dei Valar, aveva loro proibito di spingersi troppo ad occidente : la terra degli Ainur era interdetta ai mortali.
Grande aiuto diedero i Dùnedain agli uomini della Terra di Mezzo, a quel tempo ridotti allo stato selvaggio : restituirono loro la scienza del coltivare la terra, dello scolpire la pietra e del lavorare il legno, ed essi si risollevarono un poco dalla loro miserrima condizione. Ma i semi dell'invidia e della paura, gettati da Morgoth l'oscuro nel cuore di tutti gli uomini, sebbene sopiti nei Dùnedain, non erano però scomparsi.
Invero troppa ricchezza porta all'accidia, e questa al desiderio di nuova ricchezza, e all'invidia per ciò che non si ha ; così essi volgevano lo sguardo ad occidente, ove alle volte si poteva scorgere lontana la torre di Avallònë, e bramavano la città eterna. Vieppiù cresceva la loro irrequietezza col passare del tempo, e con essa il timore della morte : difatti, sebbene più longevi dei loro simili, essi non avevano comunque il dono dell'immortalità, perché così aveva decretato Ilùvatar all'inizio dei tempi. Cresceva dunque il loro rancore verso i Valar e gl'immortali Eldar.
Gli ultimi sovrani cominciarono ad abbandonare le antiche tradizioni : Ar-Gimilzôr, ventiduesimo re di Nùmenor, proibì l'uso delle favelle elfiche. A quel tempo v'era già una profonda spaccatura nel regno : da una parte gli uomini del re, che s'inimicarono gli Eldar ed i Valar ; dall'altra, di molto inferiori per numero, gli Elendili, gli amici degli Elfi, che non abbandonarono la fede nei signori di Valinor.
Ma il più superbo dei sovrani fu Ar-Pharazôn, colui che portò definitivamente alla rovina Nùmenor. Plagiato da Sauron l'ingannatore, egli mosse guerra contro gli uomini della Terra di Mezzo, rendendone schiavi molti ed uccidendone altrettanti. Finché il re, ormai reso folle dalle macchinazioni di Sauron, decise di muovere guerra contro la sacra Valinor, inseguendo il miraggio d'una vita eterna.
Allora un suo consigliere, Amandil, signore di Andurië e discendente diretto di Elros, tra i pochi ormai rimasti fedeli ai supremi Valar, decise di partire alla volta dell'occidente per chiedere mercé per gli uomini d'Ovesturia a Manwë in persona, sperando di replicare l'impresa compiuta generazioni prima da Eärendil. Egli non tornò mai indietro, e nulla si seppe della sua sorte ; questo racconto è la storia del suo disperato viaggio.

Amandil partì nottetempo, in gran segreto. Sapeva che non avrebbe mai più rivisto suo figlio Elendil e i suoi nipoti Isildur e Anarion ; ma sentiva anche di essere l'ultima speranza della gente di Nùmenor, e che doveva riuscire in quest'impresa, o morire con essa. Questi i suoi pensieri mentre guardava dal castello di poppa la sua terra allontanarsi.
La nave aveva dodici uomini d'equipaggio, oltre ad Amandil e tre servitori a lui fedeli : Silluin, così chiamato per l'azzurro vivo dei suoi occhi, Iaurdin, il più anziano e saggio, ed infine il coraggioso Camthalion.
L'imbarcazione fece rotta verso est per un giorno, per poi continuare in direzione nord per altri due giorni ed infine volgere la prora in direzione dell'agognato occidente ; così facendo passarono a sufficiente distanza dalla costa, e nessuno poté accorgersi del vero obiettivo del loro viaggio.
Fino a quel momento i venti erano stati benevoli con loro, ed avevano sospinto le loro vele ; ma, non appena si lasciarono indietro la costa occidentale di Nùmenor, la bonaccia venne ad afflosciare le loro speranze.
Per due giorni furono costretti a proseguire coi remi seguendo le correnti favorevoli che Silluin dagli occhi azzurri, abile navigatore, sapeva sfruttare. La sera del secondo giorno, Amandil si trovava appoggiato al parapetto della nave : la brezza scompigliava la sua chioma ormai canuta, ed i suoi pensieri andavano alla sua casa, e ai suoi parenti lontani. Ricordava con una stretta al cuore la sera della partenza, il giovane Isildur che voltava la testa dall'altra parte per nascondere le lacrime, e le sue raccomandazioni ad Elendil : "Figlio mio, dopo che sarò partito, dovrai preparare delle altre navi : non troppe, affinché il re non divenga sospettoso, ma abbastanza da portare tutte le cose che vi sono care e tutti coloro che, fedeli ai veri dei, vogliano seguirvi. Ormeggiale nel porto di Ròmenna, facendo sapere che hai intenzione di raggiungermi nella terra di mezzo, tra qualche tempo, e sii pronto ad abbandonare la tua patria e tutto ciò che hai amato, qualora la situazione si aggravasse ed il re -ah, quale stoltezza- decidesse di muover guerra al santo reame di Valinor. Mi raccomando al tuo spirito : toccherà a te tenere unita la famiglia in questo triste momento. Addio, e prega per me".
A queste parole ripensava Amandil, ma il suo rimuginare fu interrotto dall'anziano Iaurdin : "il grande Manwë non desidera che il nostro viaggio prosegua", disse. "E questa bonaccia è il segno che ci manda. Egli vede la purezza del vostro cuore con gli occhi di sua moglie Varda, signora delle stelle, che vedono più in là di ogni altro occhio, e non solo le cose visibili, ma anche quelle invisibili che albergano negli animi degli uomini ; per questo motivo non ha scatenato una tempesta contro di noi ed ha ordinato ad Ulmo di restare quieto ; ma io temo, mio signore, che se non dovessimo invertire la rotta egli punirà la nostra disobbedienza al suo veto".
"Le tue parole riflettono la saggezza del tuo animo, nobile amico", rispose a voce bassa Amandil, appoggiando una mano sulla spalla del suo servitore. "Ciò nondimeno, tenteremo ugualmente di raggiungere il reame beato, e pregheremo i Valar affinché ascoltino la nostra supplica".
"se questo è il vostro desiderio, mio signore", fu la risposta di Iaurdin. "io sarò al vostro fianco sino alla fine, qualunque essa sia".
Amandil era commosso dalla devozione del suo servitore, ma non fece in tempo a ringraziarlo, giacché vi fu un gran ribollire nell'acqua vicino allo scafo e poi uno schianto violento e la nave si inclinò repentinamente da un lato, facendo perdere l'equilibrio a molti. Amandil riuscì ad afferrarsi al parapetto, ma vide Iaurdin cadere battendo la testa ; mentre l'imbarcazione si raddrizzava tra lo scricchiolio del legno, cercò d'appressarsi al compagno, che giaceva bocconi sul ponte, per assicurarsi delle sue condizioni : lo scosse e lo chiamò per nome, senza ricevere risposta ; lo girò a faccia in su, mentre la nave si inclinava pericolosamente ancora una volta : aveva gli occhi chiusi ed una brutta ferita alla fronte. Un grido lanciato da un marinaio lo indusse ad alzare gli occhi : dinanzi a lui, in tutta la sua orrida maestosità, si ergeva appena oltre il parapetto una testa enorme e mostruosa ; di forma triangolare come quella di un serpente, la bocca aperta a mostrare due file di denti minacciosi, sormontava un collo che fuoriusciva dall'acqua per tre metri almeno. I marinai gridavano in preda al terrore, e lo stesso Amandil rimase paralizzato dalla paura mentre Silluin, il timone in mano, tentava disperatamente di governare la barca.
La creatura si sporse oltre il parapetto cercando di afferrare il corpo inerte di Iaurdin, facile preda per le sue fauci ; il pericolo corso dall'amico fece riavere Amandil, che lo afferrò per le braccia e lo tirò verso di sé gridando al contempo : "uomini, alle armi !"
Il più lesto a rispondere all'invito fu il senza paura Camthalion, il quale spada in pugno si gettò a capofitto verso la bocca del mostro, infilzandone la lingua con la lama, evitando con un balzo all'indietro il richiudersi delle fauci. Il mostro ruggì di dolore e si bloccò per un attimo, smarrito, non aspettandosi una reazione così decisa da esseri ai suoi occhi insignificanti.
Ciò, insieme all'eroico gesto di Camthalion, riscosse i marinai, che erano pur sempre dei Dùnedain; temibili avversari per chiunque anche se ormai decaduti. Presero qualsiasi cosa che potesse servire come arma : tolsero i remi dagli scalmi, afferrarono gli arpioni, i coltelli, e si fecero addosso al mostro decisi a rimandarlo giù nell'abisso donde era venuto. Punzecchiandolo con gli arpioni e colpendolo con i remi, lo ricacciarono indietro e mentre la creatura girava l'enorme testa ora da un lato, ora dall'altro, confusa da tutto quel movimento i marinai guadagnavano coraggio ed avanzavano compatti, a semicerchio, consci di poter raggiungere la vittoria.
Un giovane chiamato Bragolrùth, ormai dominato dall'entusiasmo e dalla frenesia della battaglia, ruppe la linea formata dai suoi compagni ed andò addosso al mostro, insultandolo e colpendolo : "torna da dove vieni, demone marino, non abbiamo paura di te. Noi siamo Dùnedain, e nessuno può fermarci." Rideva mentre pronunciava queste parole, e continuava a colpire e ad affondare l'arpione nelle carni del mostro. Allora la creatura scosse la testa per strapparsi l'arpione di dosso, e Bragolrùth si aggrappò alla sua arma, deciso a non mollarla. La sua ostinazione fu però la sua condanna : la creatura sollevò con uno scatto il collo possente, trascinando con sé il giovane marinaio : l'asta dell'arpione si spezzò tra le sue mani ed egli si trovò sbalzato in aria ; ma il suo corpo non raggiunse neppure terra, giacché il mostro lo afferrò al volo tra le fauci, e lo masticò con le sue due file di denti ; il rumore delle ossa che si spezzavano sotto l'azione di quelle mascelle possenti fece rabbrividire i marinai, che immobili assistevano impotenti a quell'orribile spettacolo.
Amandil capì che il panico avrebbe assalito i suoi uomini, se non avesse fatto qualcosa. Abbandonò allora il corpo esanime dell'amico ed afferrò una lancia di quelle usate per la pesca ; la impugnò con entrambe le mani, si fece forza e si scagliò con un grido contro la testa della creatura, conficcandole la punta della lancia nell'occhio sinistro. La bestia ruggì tutto il suo dolore, ferita a morte ; Scosse la testa, cercando di far cadere Amandil, ma egli resistette, roteando l'arma nell'orbita dell'occhio per allargare la ferita e, vincendo il disgusto, infilzandola ancor più a fondo, fino a penetrare con le sue stesse mani nell'occhio e poi nella materia cerebrale del mostro. Con un ultimo sussulto, la testa della bestia si abbatté sul ponte, sbalzando Amandil all'indietro. La creatura era morta.
I marinai alzarono le braccia al cielo ed esultarono, intonando l'antico canto di guerra dei Dùnedain, che aveva sollevato il morale dei loro antenati durante la battaglia contro Morgoth l'oscuro. Si soccorsero i feriti e si sollevò il corpo di Iaurdin per portarlo sotto coperta : il suo cuore batteva ancora. I marinai si adoperavano per spingere il collo e la testa della creatura fuori bordo.
Ma un improvviso scossone dell'imbarcazione ammutolì la loro esultanza. Interruppero le loro attività e si guardarono l'un l'altro, impauriti. Silenzio. Forse era stato solo un assestarsi della nave, danneggiata dall'impatto col mostro. Il rumore delle onde che si infrangevano sulla fiancata e la saldezza del ponte sotto i loro piedi rafforzavano quest'ipotesi dentro i loro cuori, e già tornavano a rassicurarsi ed a sorridere della loro paura. Ma una nuova scossa venne a confermare che il loro incubo non era ancora finito : la testa esanime della creatura fu strappata con forza dal ponte quasi trascinando con sé un marinaio e cadde in acqua con un tonfo. Contemporaneamente emerse dalle acque un'altra testa mostruosa e poi un'altra, ed un'altra ancora, ed infine ancora un'altra. Allora Amandil comprese l'orrenda verità : le quattro teste, ed anche quella esanime, avevano tutte origine dal medesimo gigantesco corpo, che ora stava emergendo dalle profondità del mare, e tutte e quattro ruggivano, piangendo la morte della loro sorella e cercando vendetta. Di fronte a quello spettacolo, Amandil pensò che tutto era finito, e non fu il solo.
Il giovane Silluin ebbe però la prontezza di spirito di operare un ultimo tentativo : accortosi che nel frattempo si era alzato il vento, ordinò ai marinai di alzare le vele e quelli obbedirono, più per disperazione che per convinzione. I movimenti del mostro avevano spinto la nave ad alcune decine di metri di distanza da esso, concedendo loro qualche secondo di tempo.
Il mare li sospingeva verso il mostro e se avessero tentato di fuggire sarebbero stati inesorabilmente raggiunti, ma Silluin ancora una volta ebbe l'intuizione giusta e rivolse la prora verso il corpo della creatura che sopraggiungeva ; il vento sempre più forte faceva sibilare il sartiame mentre l'imbarcazione prendeva velocità. Silluin ordinò a tutti di reggersi forte ed egli stesso si afferrò al timone il più saldamente possibile.
L'impatto fu tremendo : la prora appuntita penetrò nel corpo ormai emerso del mostro, mentre due delle teste si impigliavano nella velatura e nelle sartie, strappandole; alcuni uomini furono sbalzati in mare e la chiglia per poco non si spaccò a causa dell'urto. Tutte e quattro le teste della creatura ruggirono all'unisono per il dolore mentre il corpo infilzato si agitava forsennatamente, finché con uno strattone non riuscì a spaccare la punta di legno e si inabissò insieme a questa, scomparendo nelle profondità marine.
La nave rollava e beccheggiava violentemente, mentre gli uomini abbandonavano i loro rifugi e si alzavano in piedi sul ponte, increduli di essere ancora vivi.
Amandil assunse il comando ed ordinò di recuperare i caduti in mare, operazione difficoltosa in quanto il vento soffiava ormai fortissimo : quattro dei cinque marinai dispersi furono salvati, ma del quinto il corpo non venne ritrovato, malgrado le affannose ricerche.
Quando fu chiaro che se n'era andato per sempre, Amandil fece riunire i marinai sul ponte, e così parlò a tutti loro : "Uomini, in questo giorno voi tutti avete combattuto con valore, dimostrando di essere dei veri Dùnedain, degni discendenti dei vostri gloriosi antenati che osarono sfidare Morgoth l'oscuro in persona. Pur tuttavia il mio cuore, sebbene orgoglioso del vostro coraggio, piange la perdita dei nostri due amici e compagni, il giovane Bragolrùth e l'abile Finaerros. Evidentemente una volontà superiore funesta il nostro viaggio ed io non voglio arrogarmi il diritto di vita o di morte su voi tutti : esprimetevi liberamente e se anche uno solo di voi volesse tornare indietro, ebbene così sarà fatto. Se deciderete di continuare, sappiate che le nostre vite saranno in grave pericolo e potremmo non rivedere più i nostri cari. Chi vuol proseguire il viaggio, si faccia avanti."
Amandil cessò di parlare e passò in rassegna con lo sguardo i suoi uomini, ma tutti tacevano e stavano ad occhi bassi, oppure si guardavano tra loro. Allora, poiché nessuno si faceva avanti, riprese a parlare : "Ebbene, se questa è la vostra volontà, io non posso far altro che rispettarla...", ma il suo discorso fu interrotto da una voce : "io sono con te, nobile Amandil ; fino alla fine, come ti avevo promesso." Tutti si voltarono : l'anziano Iaurdin, malfermo sulle gambe, si era alzato dal suo giaciglio per offrire il suo sostegno all'amico: "e penso che qualsiasi uomo dotato di senno debba essere d'accordo con me. Anche se questo viaggio è legato ad una flebile speranza, per quanto essa sia flebile preferisco inseguirla, piuttosto che tornare a Nùmenor ad aspettare la fine, mia e delle persone a me care."
"Ar-Pharazon è un pazzo, se crede di poter sfidare impunemente il reame beato. Non appena muoverà guerra contro Valinor, la furia di Manwë e dei suoi fratelli si abbatterà sul nostro regno e Nùmenor sarà spazzata via come un fuscello nella tempesta. Per questo io vi dico : continuiamo nel nostro viaggio. Per quanto possa essere pericoloso, se tornassimo a casa non avremmo certamente miglior sorte".
Amandil rivolse un'occhiata piena di gratitudine all'amico, prima di girarsi nuovamente verso i marinai : un mormorio sommesso attraversava le loro fila mentre le loro menti in subbuglio valutavano le parole di Iaurdin, interrogandosi sulla decisione da prendere. In silenzio, Camthalion fece due passi avanti e si mise di fianco ad Amandil, le braccia incrociate, assicurandogli con questo gesto il suo appoggio.
Altri marinai stavano per seguire l'esempio del loro compagno, ma non sapremo mai se il saggio Iaurdin fosse riuscito a far breccia nell'animo di tutti loro, giacché un lampo vicino, seguito immediatamente dal tuono e da uno scroscio di pioggia, fece loro capire che il problema più urgente da risolvere sarebbe stato non più il decidere la direzione verso la quale orientare la prora, bensì riuscire a governare la malconcia imbarcazione per non finire in balìa delle onde senza più la possibilità di prendere una decisione.
Gli uomini corsero ai posti di manovra senza neppure aspettare l'ordine, mentre Silluin si affrettava a legarsi al timone, onde evitare di essere sbalzato fuori.
La pioggia sferzante si abbatteva violenta sul ponte e sui loro visi, sospinta dalle raffiche di vento che facevano sibilare il sartiame, così forte che già i marinai non potevano più sentirsi gli uni con gli altri, per quanto urlassero con tutto il fiato che avevano in corpo.
Con coraggio ed abnegazione questi marinai, questo drappello di uomini che si era caricato sulle spalle la responsabilità di salvare l'intera nazione di Nùmenor, il più grande impero mai creato dalla razza umana, cercavano di domare l'imbarcazione, belva impazzita sotto la furia degli elementi, ma anche unica barriera a separare loro dalle spietate onde del mare occidentale. Pur tuttavia, malgrado i loro sforzi, la velatura seriamente danneggiata dall'impatto con l'orribile mostro a cinque teste rese loro impossibile il governo dello scafo, che imbarcava acqua da tutte le parti e scricchiolava minacciando di cedere da un momento all'altro.
Per ore la tempesta infuriò sulla nave, quasi che un nume crudele si divertisse a sbatacchiarla di qua e di là per l'oceano, ridendo per la disperazione degli uomini di Nùmenor, ma ad un certo punto un marinaio, conosciuto col nome di Gaervagor, sollevando la testa dalla pozza formata dall'acqua e dal suo stesso vomito, ebbe per un attimo l'impressione di scorgere una forma in lontananza. Subito si alzò in piedi, barcollante, e cercò di raggiungere il parapetto della nave, rischiando di perdere l'equilibrio e di cadere in mare ; aguzzò lo sguardo, ma inizialmente non scorse nulla e temette d'essersi ingannato. Poi, quando la nave fu sollevata ed inclinata nella giusta direzione dall'onda, ecco che intravide una forma scura stagliarsi in lontananza ed i suoi occhi allora si spalancarono per lo stupore. Ancora un'onda e la forma ricomparve ; sì, non era stata un'allucinazione, ora ne aveva la certezza : aveva avvistato un'isola.
"Terra ! Terra a babordo", incominciò ad urlare con tutte le sue forze e la sua voce si levò oltre il frastuono della tempesta.
Fu udito dai propri compagni : subito Silluin si aggrappò al timone per correggere la rotta, ed Amandil venne in suo aiuto giacché la ruota girava come impazzita sotto l'azione potente del mare. Egli passò una cima attraverso il timone cosicché riuscì a bloccarlo nella direzione voluta. Gli altri marinai andarono ai posti di manovra, più per alimentare la loro speranza che per reale utilità, poiché le vele erano ormai a brandelli ed i remi se immersi in acqua sarebbero stati spazzati via in un attimo : soltanto dal capriccio dell'oceano dipendevano le loro sorti.
E l'oceano si impietosì : le onde possenti sospinsero quello che ormai era un relitto verso quell'isola sconosciuta, la cui vista era salutata da tutti con lo stesso calore che avrebbero mostrato nello scorgere le torri della loro città natale.
L'onda prima sollevava e poi abbassava l'imbarcazione ed ogni qualvolta mostrava l'agognata terra questa era più vicina, riempiendo di gioia gli occhi di Amandil. Ancora una volta la prua si alzò, ma quando s'abbassò verso il mare, trovò sulla sua strada la dura roccia di uno scoglio nascosto appena sotto la superficie. Lo scafo, già malconcio, non resistette a quest'ultimo impatto, e s'infranse come un guscio d'uovo.
Amandil vide terrorizzato alcuni marinai disperatamente afferrati ad un parapetto che, privato del suo punto d'appoggio, si piegava e cadeva in mare, trascinando con sé coloro i quali avevano affidato la loro salvezza alla sua apparente solidità.
Fu il panico generale : ciascuno cercava di aggrapparsi a ciò che aveva a portata di mano, mentre la nave si frantumava come se fosse stata un giocattolo nelle mani di un bambino negligente. In pochi attimi il mare si riempì di marinai e pezzi di legno, con i primi che cercavano con tutte le forze di rimanere aggrappati ai secondi, sperando che permettessero loro di restare a galla fino a quando la risacca non li avrebbe, con un po' di fortuna, trascinati a riva.
Nel frattempo, Amandil stava tentando di sciogliere i nodi ai quali il giovane Silluin aveva affidato la sua sicurezza e che stavano ora diventando la sua fine, ma fu allora che un'onda più alta delle altre rovesciò quel che rimaneva dell'imbarcazione, trascinando in mare quanti avevano fino ad allora resistito. Amandil, deciso a non abbandonare l'amico al suo destino, si strinse forte al timone, prese quanto più fiato possibile e si preparò all'impatto con l'acqua gelida. Riuscì in qualche modo a non essere separato da Silluin e si ritrovarono entrambi sott'acqua, poiché la tolda si era rovesciata. Finché ebbe fiato in corpo, Amandil lottò insieme all'amico contro le corde che lo legavano, ma dopo un po' fu costretto a riemergere per prendere aria ; raggiunta la superficie un'onda lo investì, privandolo per un attimo dell'orientamento, ma lui subito si rituffò : gli occhi gli bruciavano per il sale mentre si guardava intorno alla ricerca della forma scura della tolda, che non si trovava dove lui si aspettava. Attorno a lui galleggiavano i resti della nave, rendendogli impossibile, nella semioscurità, l'individuazione della tolda. Egli, non volendo rassegnarsi alla perdita dell'amico, lottò contro le onde e la corrente alla sua ricerca, ma il gelo gli intorpidiva gli arti ed indeboliva le sue forze, finché, esausto e vicino al congelamento, si abbandonò al mare. Le onde, forse ammirate dal suo coraggio, lo sospinsero su una piccola spiaggia di ciottoli. Allora, utilizzando le energie residue si sollevò sulle braccia e, guardando davanti a sé, scorse una figura nel buio che si muoveva verso di lui ; tentò allora di alzarsi in piedi, ma le forze gli vennero a mancare e perse i sensi.

Amandil si risvegliò in un giaciglio caldo e asciutto, quasi sorpreso di essere ancora vivo. Aprì gli occhi e tentò di sollevare la testa, ma essa si rifiutò di obbedirgli. Il luogo in cui si trovava era illuminato da tenui fiammelle, probabilmente candele. Il tetto era di una pietra chiara che non riconobbe, ma ciò che lo colpì era la forma : non era liscio e regolare, ma ruvido e pieno di protuberanze, e da esso partivano delle specie di piccole stalattiti bianche. Giunsero al suo orecchio suoni portati da un'eco, e capì che doveva trovarsi in una grotta.
Riuscì a voltare il capo da una parte, e si accorse che anche le pareti ed il pavimento sul quale era sistemato il suo giaciglio erano di quella pietra grezza ; tutt'a un tratto intuì la natura di quel materiale : era sale, nient'altro che sale cristallizzato !
La nuova scoperta lo portò ad interrogarsi su cosa fosse il luogo ove si trovava, e soprattutto di come vi fosse arrivato.
Un rumore di passi lo distolse dai suoi pensieri e lo spinse a voltarsi dall'altra parte ; intravide nel buio una figura avvolta in larghe vesti che si avvicinava al suo giaciglio, tenendo qualcosa in mano. Strizzò gli occhi, ma la sua vista era annebbiata e non riuscì a distinguere altro che i contorni. La figura si chinò su di lui, indugiando per qualche secondo, quindi poggiò sulle labbra di Amandil una ciotola, ordinando : "bevi, ti aiuterà a rimetterti in forze più rapidamente".
La voce che pronunciò queste parole era indubbiamente femminile, dal timbro cristallino e l'accento sconosciuto, ma la lingua era nota ad Amandil : era Quenya, il linguaggio antico del popolo degli elfi.
Egli obbedì all'invito e bevve dalla ciotola : la bevanda era un liquido denso, un po' salato, con un vago sapore di mare.
"Bene", approvò la voce, "ora è meglio che tu dorma". Una mano passò sulla fronte di Amandil, i suoi occhi si chiusero e cadde in un sonno profondo.
Al suo risveglio, Amandil non ricordava più dove fosse : era sorpreso di non trovarsi a bordo della sua nave. Una voce lo scosse dal suo turbamento : "ti sei svegliato, finalmente. Spero che tu ti senta meglio adesso".
Queste parole gli fecero tornare tutto alla mente : la tempesta, il naufragio, la grotta di sale e la misteriosa figura che apparentemente lo aveva salvato. Una lacrima gli rigò il viso, ripensando all'amico Silluin. Si stropicciò gli occhi e si voltò nella direzione da cui proveniva la voce : la sua salvatrice era in piedi a pochi passi da lui, ma la penombra ancora una volta gli impediva di scorgerla distintamente. Ella parve accorgersi del suo disagio giacché disse : "forse preferisci avere un po' più di luce", e ad un gesto della sua mano mille fiammelle si accesero nella grotta. I cristalli di sale riflettevano la luce, esaltando l'illuminazione dell'ambiente.
Per qualche istante gli occhi di Amandil rimasero ciechi, ma poi si riabituarono alla luce, permettendogli di scorgere finalmente la sua ospite : era una bellissima donna, giovane all'apparenza; i lineamenti del viso avevano qualcosa di elfico. Neri come l'ebano erano i suoi capelli, e gli occhi del colore del mare brillavano come due zaffiri sulla carnagione olivastra del viso. Quelle che ad Amandil erano sembrate delle lunghe vesti erano in realtà alghe che, avvolte attorno al suo corpo, ricadevano per terra a guisa di strascico. Null'altro copriva le sue nudità, ma ella non mostrava alcun imbarazzo, e sorrideva cortese al suo ospite, Reggendo in mano un vassoio sul quale erano poggiate delle ciotole ricolme di cibo. Ella si inginocchiò a fianco di Amandil : "spero che tu gradisca quel che ho preparato per te", disse posando il vassoio in mezzo a loro. "Non sono abituata ad avere ospiti" .
"Sono certo che sarà tutto squisito mia signora", fu la risposta di Amandil che anche in una situazione surreale qual era quella in cui si trovava era in grado di mantenere la lucidità sufficiente a ricordare le norme dell'etichetta. "E ti sono grato per tutto ciò che hai fatto per me. Ti devo la vita, presumo, e non sai neppure ch'io sia, ma perdona la mia impudenza se ti domando cos'è questo luogo, e qual è il nome di colei che devo ringraziare".
"Chi tu sia non ha importanza per me", disse la donna. "Poiché ti avrei aiutato comunque : tutte le creature di Iluvatar hanno diritto alla vita. Quanto a me, il nome che mi è stato dato è Eären e questo luogo è la mia dimora, e non ha un nome particolare. Ma ora ti prego, mangia qualcosa".
Amandil si affrettò a seguire l'invito della sua ospite e prese della frutta da una ciotola, continuando a parlare : "ti sono eternamente debitore. Anche se per te sembra non avere importanza, sappi che il mio nome è Amandil e che vengo dal reame di Nùmenor. Con me sulla mia nave viaggiavano numerosi miei compatrioti, tu forse conosci la loro sorte ?"
"Ahimè, temevo che me lo domandassi", ella rispose. "Essi purtroppo ora dimorano nelle profondità del mare. Nessun altro oltre te ha raggiunto le coste della mia isola ; ne sono certa, perché ne ho più volte percorso l'intero perimetro alla ricerca di altri sopravvissuti : le vite dei tuoi compagni sono state prese dal crudele Ulmo, signore dei mari".
"Sebbene il dolore mi sconvolga ed io pianga per la perdita dei miei amici e compagni", disse Amandil. "non accuso di crudeltà il grande Ulmo : egli è un Valar, uno dei figli primogeniti di Iluvatar, ed i suoi scopi sono imperscrutabili per noi esseri mortali."
"Ciò che io dico non è privo di fondamento", ribattè Eären. " E lo ribadisco: Ulmo è un nume crudele" e nel pronunciare queste parole volse lo sguardo altrove; ma subito tornò a sorridere al suo ospite: "ma non parliamo di questi tristi argomenti; raccontami piuttosto del tuo paese e dei motivi che ti hanno spinto a lasciarlo e ad avventurarti per mare".
Per molte ore parlarono insieme, ed Amandil rispose a tutte le domande che ella gli rivolgeva. Si mostrò molto curiosa in merito al regno di Nùmeror, che le era del tutto estraneo: Amandil dovette fare molti sforzi per riuscire a farle capire cosa fosse una città, ed ella si stupì non poco nell'apprendere che gli uomini erigevano costruzioni in pietra. Quando Amandil le spiegò i motivi del suo viaggio, nonché l'urgenza di riprenderlo al più presto, ella si dimostrò molto comprensiva e promise che gli avrebbe dato tutto l'aiuto possibile a patto però che Amandil non cercasse di affrettare la sua guarigione: "hai bisogno di tempo per riprenderti", furono le parole di lei, "In queste condizioni non sei in grado di affrontate un viaggio così lungo".
Sorridendo, Amandil annuì. Ella ricambiò il suo sorriso e passò una mano sui suoi occhi: "ora dormi", disse, e con un gesto fece piombare la grotta nell'oscurità.
La bellissima donna si alzò e fece per uscire, ma indugiò per diversi minuti sulla soglia ad osservare Amandil che dormiva profondamente nel suo giaciglio, mentre un sorriso le si dipingeva sul volto.
Molti giorni passarono prima cha Amandil si fosse ripreso abbastanza da essere in grado di camminare, e per molti giorni Eären si occupò di lui, nella grotta di sale. Ogni qual volta ella andava via, Amandil piombava in un sonno profondo, sereno e senza sogni, sicchè non capiva mai quanto tempo lei stesse via, né da quanto tempo lui si trovasse lì. Quando domandava qualcosa al riguardo, non riceveva che risposte evasive. Al contrario, Eären era prodiga di domande, e passavano lunghe ore a parlare: di Nùmenor e dei suoi abitanti, dei palazzi e delle città, dei sotterfugi della politica e dei riti religiosi. La curiosità di lei non era mai soddisfatta, e faceva domande su domande. Soltanto una volta Eären non volle approfondire l'argomento della loro conversazione, e fu quando Amandil le parlò di sua moglie. Sembrò anzi piuttosto accigliata; andò via e non tornò per tutto il giorno, e stavolta il sonno ristoratore non venne prima di lunghe ore, che Amandil passò rigirandosi nel suo giaciglio per la sofferenza causatagli dalle ferite.
Il comportamento di Eären preoccupava Amandil, ma che scelta aveva se non quella di affidarsi a lei? Senza di lei, non essendo ancora autosufficiente, difficilmente sarebbe sopravvissuto; inoltre, anche se non lo ammetteva apertamente, si sentiva molto attratto da quella donna misteriosa, ed attendeva ogni volta con ansia le loro conversazioni. I suoi modi amabili, la sua curiosità ingenua e la sua fresca bellezza di una sensualità irresistibile, quasi lo stregavano, quelle conversazioni erano in grado di fargli dimenticare il suo dolore e le sue paure, e chiudendo gli occhi si accorgeva di non riuscire più ad immaginare la sua casa.
Un dì Amandil aprì gli occhi e vide il volto di lei, sorridente, sopra al suo. Ricambiò il sorriso, sincero. Lei gli tese le mani e parlò: "Nove giorni sono passati da quando il mare ti portò da me. Ora le tue ferite sono prossime alla guarigione, ed è giunto il momento che tu cammini al mio fianco sulla mia isola. Porgimi le mani, e lascia che ti aiuti ad alzarti".
Nove giorni! Tanto tempo dunque era trascorso dal giorno del naufragio? Amandil stentava a crederlo. Stupito, prese le mani di lei e si lasciò sollevare: le sue gambe, seppur deboli, lo sorreggevano, ed appoggiandosi al morbido corpo di Eären mosse i suoi primi, incerti passi nella grotta di sale che era stata la sua casa nell'ultima settimana. Varcando la soglia restò abbacinato dalla luce del sole cui i suoi occhi erano ormai disabituati, e dovette procedere affidandosi alla guida di lei. Quando finalmente riuscì a sollevare lo sguardo, le parole che stava per pronunciare gli morirono in gola alla vista dello stupefacente spettacolo che si offriva ai suoi occhi: una lunghissima spiaggia di sabbia bianca, tanto lunga da poterne a stento distinguere le estremità, si tuffava nel blu di un mare calmo e trasparente; alla sua destra, l'estuario di un fiume, il cui letto giaceva in un canalone che si apriva nel monte sovrastante la spiaggia il cui fianco, quasi a voler somigliare a questa, era di un marmo bianco e privo di venature che rifletteva la luce del sole battente. Il tutto era sovrastato dal blu profondo di un cielo terso.
Eären aprì le braccia come a voler racchiudere tra esse tutto ciò e disse: "ecco, mio caro, è questo il mio regno. Ho cercato di renderlo il più gradevole possibile per te, e spero di esserci riuscita."
"È… è bellissimo" fu tutto ciò che riuscì a rispondere Amandil.
Ella gli tese la mano e lo accompagnò per uno stretto sentiero di sassolini bianchi che si dipanava tortuoso lungo il canalone e poi su per il fianco della montagna, fino ad un boschetto di faggi ove poterono riposare sotto gli ombrosi rami di uno degli alberi più grandi. Presero a conversare amabilmente, quasi sussurrando, come per non disturbare la quiete di quel luogo incantato.
"Cosa c'è sull'altro fianco della montagna?" chiese Amandil dopo un po'.
"Non c'è nulla, rispose lei adombrandosi. "È una zona oscura ed inospitale, che termina con una scogliera a picco su un mare infido; è inoltre popolata da belve feroci, dunque non avventurartici mai", terminò sorridendo.
I giorni successivi trascorsero veloci, tra lunghe passeggiate nell'esplorazione delle meraviglie dell'isola di Eären: Amandil assaggiò frutti squisiti che mai aveva veduto, fece il bagno in ruscelli d'acqua cristallina, vagò lunghe ore per boschi silenti, ed Eären credeva che avesse ormai dimenticato la sua Nùmenor.
Ma così non era. Sebbene una parte di lui desiderasse rimanere per sempre in quel luogo, il suo onore ed il suo amore per la patria e la famiglia lo obbligavano a perseguire fino in fondo il suo scopo. Cosicché, non appena si rese conto di avere ormai recuperato del tutto le forze, manifestò alla ragazza il suo desiderio di andarsene. Ella dapprima tentò di dissuaderlo, inducendolo ad allungare la sua convalescenza ancora per un po', poi, quando vide che lui era inamovibile, incominciò a supplicarlo di non partire, ché senza di lui, disse tra le lacrime, sarebbe rimasta del tutto sola.
La fermezza di Amandil in quel momento vacillò, ma egli si costrinse ad indurire il suo cuore ed a ribadire la sua decisione. Ella allora esplose di rabbia, gli battè i pugni sul petto urlando e piangendo, gli graffiò il viso, ma lui rimase immobile, finché infine lo spinse via, uscendo di corsa dalla grotta di sale. Giunta che fu sulla soglia, si voltò indietro e, tra le labbra, quasi sibilando, pronunciò queste parole: "non potrai partire comunque! Non c'è modo di lasciare quest'isola e dovrai rimanere per sempre qui, che tu lo voglia oppure no!"
Quindi uscì, lasciandolo solo. Amandil rimase lì immobile per diversi minuti, i pugni chiusi, gli occhi spalancati a fissare il buio, finché prese una dolorosa decisione: passata che fu un'ora, sgattaiolò circospetto fuori dalla grotta, indi imboccò lo stretto sentiero che aveva percorso con Eären il primo giorno che era uscito all'aperto, fino a giungere al boschetto. Lì si fermò ad ascoltare, ma nessun rumore turbava la quiete di quel luogo, non v'era un alito di vento, e perfino le cicale tacevano quella notte. Si inoltrò nel bosco; quando passò vicino all'albero sotto al quale si era seduto con la bella Eären sentì una fitta al cuore, ma subito volse lo sguardo avanti a sé e proseguì, finché non raggiunse un sentiero che finora aveva guardato solamente da lontano ma che l'avrebbe portato sull'altro fianco del monte, se il suo senso dell'orientamento non l'ingannava.
Sperava che Eären gli avesse mentito - d'altra parte, doveva pur essere giunta su quest'isola in qualche modo! - e che ci fosse un luogo abitato, chissà, forse un villaggio di pescatori dove avrebbe potuto comprare una barca, pagandola con uno dei suoi preziosi anelli.
Era immerso in questi pensieri quando il sentiero, superato un dosso, cominciò a scendere bruscamente, facendosi tortuoso tra speroni di roccia scura. L'eco prodotto dal rumore dei suoi passi lo indusse a procedere con maggiore prudenza. Mentre cercava di scorgere qualcosa nella tenebra che si era fatta più fitta, ora che una nuvola impediva alla tenue luce lunare di illuminare il suo cammino, un rumore improvviso distolse la sua attenzione. Incominciò a sudare freddo, ricordando gli ammonimenti di Eären; cercò con lo sguardo tutt'intorno a sé, ma non riuscì ad individuare la direzione da cui il rumore era venuto, né a sentire altro. Sempre guardando davanti a sé, si avvicinò ad uno sperone, dietro al quale avrebbe trovato un nascondiglio. Si sentì rassicurato quando le sue dite sfiorarono la fredda roccia, ma proprio in quel momento un braccio possente gli strinse la gola ed una lama fredda gli venne premuta contro il fianco:
"non un movimento, o sei morto", fu l'ammonimento appena sussurrato del suo catturatore. "C'è qualcun altro con te?".
Amandil fece segno di no con la testa, muovendosi con prudenza.
"Mi auguro per te che tu dica la verità", disse l'uomo, mentre lo costringeva contro la parete rocciosa e con mano abile gli immobilizzava le braccia con l'ausilio di una corda.
A quelle parole Amandil trasalì: sebbene appena sussurrate, la voce che le aveva pronunciate gli era familiare, e tentò di girarsi per vedere il volto dell'altro. Al suo movimento, l'uomo spinse con forza la sua faccia contro lo sperone roccioso: "questo è l'ultimo avvertimento", disse a voce più alta. "Non costringermi a farti del male".
Dopo queste parole, Amandil non ebbe più dubbi sull'identità del suo catturatore: il pianto gli salì agli occhi, mentre si rendeva conto di aver ritrovato una persona che credeva di avere perduto per sempre:
"Camthalion, sono io, Amandil!", disse tra i singhiozzi, voltandosi a guardare il volto dell'amico.
"Mio signore! Sei proprio tu non posso crederci!", rispose l'amico, lasciando la presa. "Perdonami, ma non potevo immaginare… spero di non averti fatto del male".
"Non preoccuparti per me, sto benissimo", disse Amandil. "Meglio di quanto non sia mai stato da mesi a questa parte, giacché ti credevo morto, ed il mio cuore esulta nel vedere che mi sbagliavo".
"No mio signore, non sono morto; non ancora almeno!", rispose Camthalion ridendo e liberandolo dalle corde. "E non sono il solo: in sette siamo sopravvissuti alla furia del mare e viviamo ormai da molti giorni in una grotta laggiù", ed indicò col dito una piccola valle alberata che nel buio si riusciva soltanto ad intuire.
"Piuttosto, noi altri disperavamo ormai di vederti ancora; cosa ti è successo e da dove provieni?".
"mi sono svegliato su du una spiaggia, dall'altra parte dell'isola, e lì ho vissuto finora, in una grotta di sale. Ho avuto bisogno di tempo per riprendermi, e solo ora ho recuperato le forze abbastanza da esplorare l'isola", rispose Amandil, omettendo la parte di verità di cui provava vergogna.
"Piuttosto, come hai fatto ad attraversare indenne il passo?", chiese Camthalion. "non hai incontrato nessuno?".
"No, nessuno. Perché c'è qualche pericolo?".
Il viso di Camthalion si rabbuiò: "in effetti si può dire che viviamo in una situazione di semiprigionia. Ma ne parleremo più tardi: gli altri si preoccuperanno, se tarderò ancora, ed inoltre saranno felici di rivederti".
"Affrettiamoci, dunque". Concluse Amandil.

Mezz'ora più tardi, Amandil era seduto davanti ad un fuoco con i suoi compagni ritrovati. Alcuni pesci cuocevano sulla fiamma viva, mentre Iaurdin, anche lui sopravvissuto insieme a cinque marinai, narrava ad Amandil del giorno del naufragio: "Quando la nave si schiantò contro lo scoglio, io ne fui sbalzato lontano, e caddi tra le onde furiose, che subito mi portarono sott'acqua. Il moto ondoso era così travolgente, che persi la cognizione dello spazio, e non capii più se il mare mi stava trascinando a fondo o riportando in superficie. I polmoni mi facevano tanto male che credetti fosse un'allucinazione quando vidi delle creature che nuotavano avvicinandosi a me, creature il cui corpo sembrava avere un riflesso argenteo, anche lì nelle buie profondità marine. Poi mi ritrovai non so come in superficie per un attimo, e riuscii a prendere una boccata d'aria prima che il mare mi ritrascinasse giù. Vidi di nuovo quelle creature, stavolta molto vicine: avevano il corpo ed il busto di bellissime donne, ma al posto delle gambe c'era quella che sembrava essere una coda di pesce. Una di esse prese il mio viso tra le mani e mi baciò, ed il suo bacio mi trasmise la vita. Presto mi accorsi che ero in grado di respirare l'acqua come se fosse aria, o come se i miei polmoni si fossero tramutati in branchie. Esse mi aiutarono a nuotare fino a riva, e lì mi abbandonarono, e così fecero con ognuno degli uomini che ora ti circondano, felici di vedere ancora in vita il loro signore".
"La vostra felicità è anche la mia", disse Amandil. "Poiché ero certo che foste morti tutti, così mi si era fatto credere"
"Perché dici così, chi hai incontrato dall'altra parte di quest'isola?", intervenne un marinaio. "Ti preghiamo, raccontaci la tua storia, giacchè siamo tutti curiosi di sapere cosa ti è successo ".
"Ve ne parlerò fra un momento", disse Amandil, cui si strinse il cuore nel pensare ad Eären. "Prima volevo chiedervi a cosa alludeva Camthalion quando mi ha detto che vivete quasi come foste prigionieri".
"Tale è di fatto la nostra condizione, mio signore.", disse Camthalion. "Malgrado i nostri carcerieri ci trattino con ogni riguardo e ci chiamino ospiti, non possiamo addentrarci nel bosco né oltrepassare la scogliera".
La conversazione fu interrotta dal grido di una sentinella; qualcuno si stava avvicinando. Gli uomini scattarono in piedi: "Chi c'è là fuori?". Gridò Camthalion al suo compagno che entrava nella grotta; non vi fu però necessità di rispondere, giacché d'appresso entrarono quattro uomini armati, che si disposero a due a due ai lati per permettere l'ingresso della signora dell'isola, Eären.
"Dunque hai ignorato i miei moniti, Amandil", disse.
"Osi accusarmi di qualcosa, mia signora?", rispose lui. "Tu mi hai ingannato per lungo tempo facendomi credere che i miei compagni fossero periti". Così dicendo allargò le braccia, come per mostrarle che erano ancora in vita.
"Cosa importa che essi siano ancora vivi? È impossibile lasciare l'isola, per loro come per te".
"Eppure un modo ci dev'essere", ribatté Amandil. "Giacché tu sei giunta qui, e non da sola, vedo; io lo troverò, con o senza il tuo aiuto. Non mi lascerò irretire un'altra volta".
Amandil faticò a pronunciare simili dure parole, ma la consapevolezza d'aver perso di vista il suo scopo lo rendeva più determinato ora che l'aveva ritrovato.
Nell'udire ciò il volto di Eären si rabbuiò, ed una nota di tristezza comparve nella sua voce quando parlò:
"dopo molti anni avevo finalmente trovato qualcuno che potesse alleviare la mia solitudine, e mi accorgo di averlo già perduto. Ti sbagli, io sono giunta qui da sola, e qui sono prigioniera come te. E' vero, sono la signora di quest'isola, ma da essa mi è proibito andarmene. Costoro che sono al mio servizio sono naufraghi come voi, da me salvati e portati a riva. Vuoi conoscere la mia triste storia, mio amato? Così forse capirai perché ho fatto di tutto per trattenerti qui, e ti accorgerai della sincerità dei miei sentimenti. Ebbene, te la narrerò."
Si sedette su una roccia, inspirò per trovare le parole e cominciò:
"Qualche tempo fa, ricordi, ti dissi che consideravo Ulmo un nume crudele: lo penso perché egli in persona mi ha condannata a questa prigionia. Io infatti sono Eären, Maia di Ulmo e sua servitrice, ed il mio compito è sempre stato quello di proteggere le vite dei naufraghi e di condurli in salvo.
Ahimè, troppo amore verso coloro che ero chiamata ad aiutare fu la causa della mia disgrazia, giacché m'innamorai d'un ragazzo che avevo tratto in salvo dalle onde. Non uno della tua razza, ma un nobile Eldar, che sentito il richiamo del mare voleva raggiungere l'Ovest e le coste di Eressëa. Nell'occuparmi di lui trascurai i miei compiti, ed il Signore delle acque se ne avvide. Mi cercò per ogni dove, il suo pensiero fluiva tra le acque degli oceani di cui è padrone, finché le onde che lambivano la spiaggia gli mandarono a dire che mi trovavo su quest'isola con il mio amato, dimentica dei miei doveri. L'idea che una Maia possa invaghirsi di una creatura appartenente al mondo è invisa ai Valar, dunque grande fu la rabbia del mio Signore. Egli mi tolse la facoltà di muovermi per i mari, condannandomi a rimanere qui finché non avessi compreso il mio errore, e lavò via dalla memoria del mio amato ogni ricordo di me, sospingendolo infine attraverso l'oceano fino ai porti di Avallonë.
Da allora per anni ho vissuto in solitudine sperando nel suo ritorno, finché il mare non mi ha portato te, mio nobile signore, che hai preso il suo posto nel mio cuore. Io ti imploro, resta qui e sii felice con me; non lo sei forse stato nel tempo trascorso insieme?".
Lo sono stato a tal punto da dimenticare i miei compagni ed i miei propositi, la mia terra e la mia famiglia. Forse a causa mia è troppo tardi, ma giuro sul nome di Manwë e di tutti i Valar che tenterò di rimediare con ogni mezzo, finché avrò respiro. Nulla che tu possa dire o fare potrà distogliermi dal mio intento, d'ora in poi".
"Non v'è modo di andar via di qui, dunque non hai altra scelta che restare con me", ribatté lei.
"Forse hai ragione tu, ma tenterò fino all'ultimo", le rispose deciso. "Non pretendo che tu capisca: tu non hai una casa, non hai una famiglia né degli obblighi verso di essa. Io ho due figli che ripongono le loro ultime speranze in me e nella mia missione".
Al che Eären tacque, e stringendo i pugni si volto dall'altra parte. Tutti erano in silenzio, si udiva soltanto il suo respiro profondo mentre cercava di riguadagnare il controllo di sé. Si voltò di nuovo ed i suoi occhi erano lucidi, la testa bassa sul petto per non dover guardare Amandil in faccia.
"Ti sbagli, io riesco a capirti", disse. "questo tempo trascorso insieme mi ha rivelato il tuo cuore ed i tuoi sentimenti umani, ed anche se la mia casa è sempre stata l'immenso mare, ora che esso mi è negato conosco la nostalgia. Proprio per questo non posso oppormi oltre alla tua decisione, non ora che la tua volontà è ferrea ed il tuo destino incombe, per quanto ciò mi addolori immensamente. Non ho però il potere di farvi andare via tutti, posso intercedere per te solo, e non è certo che sarò ascoltata".
"Cosa faranno i miei compagni?" chiese allora lui, preoccupato.
"Dovranno restare qui", rispose lei. "Non temere, li tratterò con ogni riguardo."
"Non posso…", comincio Amandil, ma subito fu interrotto da Camthalion:
"Devi", disse. "Tutti noi qui riponiamo in te la nostra fiducia e le nostre speranze affinché tu salvi le nostre case e le nostre famiglie. A cosa serve essere liberi, se non si ha un posto dove tornare?".
Amandil annuì in silenzio, ed in silenzio disse addio ed abbracciò tutti i suoi compagni; quindi seguì Eären fuori dalla grotta.
Si arrampicarono insieme fino al punto più alto dell'isola, e lì Eären pronunciò la sua preghiera. Invoco Manwë Sùlimo, Signore di venti e potente fra i Valar. Lo supplicò di prestare orecchio alle sue parole. Narrò ciò che era avvenuto, ammise il suo errore e l'inganno da lei perpetrato, dicendosi pronta ad espiare il fio della sua colpa ancora una volta. Supplicò il Signore di Arda e di quanti vi vivono di intervenire, per ripristinare la giustizia e permettere ad Amandil di concludere ciò che aveva intrapreso; poi tacque, guardando speranzosa il cielo, e lo stesso fece Amandil. L'aria era immota e nella quiete assoluta essi trattenevano il respiro; Poi entrambi scorsero qualcosa all'orizzonte. Di più, sembrava che l'intero orizzonte si muovesse avvicinandosi a loro: le Aquile. Gli uccelli di Manwë cavalcavano il vento, possenti e maestosi nella loro bellezza. Numenor era la loro meta, poiché la flotta di Ar-Pharazôn s'appressava già alle coste del Reame Beato. Una di esse si separò dallo stormo e scese di quota con ampi cerchi fino ad atterrare vicino a loro, imponente e meravigliosa. Manwë aveva ascoltato la supplica.
Amandil ed Eären si salutarono e fu un addio veloce, poiché il dolore era per entrambi troppo grande per indugiarvi sopra, ed Amandil sapeva che se avesse esitato non sarebbe più riuscito ad andarsene. Eären rimase lì fino a vederlo sparire in lontananza, ma io suo gesto di generosità fu notato, e portò infine alla sua redenzione. Ma la storia che narra di questo e del suo ritorno al mare sua dimora è narrato altrove.

Amandil venne sollevato dai forti artigli dell'aquila, e qui cominciò il suo meraviglioso volo. Mai aveva vissuto simile esperienza: dapprima vide l'isola allontanarsi sempre più, finché non resto che il mare. Da simile altezza poteva scorgere le correnti, salvezza e dannazione di ogni marinaio, mentre il vento freddo gli sferzava il viso. Era tenuto saldamente dagli artigli dell'aquila, ma sotto di lui aveva solo il vuoto ed attorno a lui nulla fuorché il rumore del vento. Vide finalmente in lontananza la mitica isola di Tol Eressëa, e dietro poté scorgere la forma a mezzaluna dei monti Pelòri, le Montagne di Difesa erette dai Valar ai confini della loro dimora. Infine le superò e si trovo a sorvolare Aman, il Reame Beato. Al centro di esso sorgeva il Taniquetil, la più alta montagna del mondo, dove Manwë aveva eretto la propria dimora. Quivi Amandil chiese udienza e la ottenne, fatto straordinario nella storia del mondo, accaduto soltanto un'altra volta.
Egli entrò nelle aule di Valinor, e comparì davanti alle potenze del mondo, chiedendo mercé per il suo popolo in nome dei pochi rimasti fedeli. Mentre egli parlava, la flotta di Nùmenor sbarcava sulle bianche spiagge di Aman, ed un possente esercito si accampava nel Calacirya.
Allora Ar-Pharazôn reclamò quella terra come sua. Questi fatti furono mostrati ad Amandil da Varda dopo che egli ebbe terminato di parlare, ma egli la supplicò affinché chiedesse a Manwë di attendere prima di scatenare la sua giusta ira contro l'arrogante re, ch'egli avrebbe tentato di ricondurlo alla ragione, permettendogli di vedere nuovamente la luce dei Valar oltre la coltre di inganni tessuta da Sauron.
Grazie all'intercessione della sua sposa, il Signore di Arda concesse questo tempo ad Amandil. Egli allora corse, cuore in gola e senza pensare alla fatica, attraversando Valmar per giungere ai piedi del Tuna, ove era accampato l'esercito; per poco non si fece uccidere dalle sentinelle di guardia tanto aveva ignorato la prudenza, ma per fortuna fu riconosciuto e lasciato passare. Chiese udienza presso il re ma gli fu negata, ché in realtà il sovrano era turbato alla vista di Oiolossë ed esitava a penetrare in Valinor. Amandil tuttavia non si scoraggiò, rimase nei pressi della tenda di Ar-Pharazôn finché questi non ne uscì, ed allora gli impose di ascoltarlo.
Gli narrò del suo viaggio, della sua udienza con i Valar e dell'ira di Manwë, della compassione di Varda e del poco tempo concessogli. Lo supplicò a nome del popolo di Nùmenor affinché la gloriosa stirpe dei Dùnedain non perisse a causa dell'arroganza di uno solo, e quasi riuscì a convincerlo.
L'orgoglio però era padrone del cuore del re da lungo tempo, ed egli pensò a quale accoglienza gli avrebbe riservato Nùmenor al suo arrivo. Sarebbe tornato da sconfitto che neppure aveva avuto il coraggio di combattere, sarebbe stato disprezzato e deriso; cosa avrebbe detto di lui Sauron, suo amico e consigliere? Meglio perire gloriosamente in battaglia che nell'infamia, vigliacco tra i vigliacchi, vergogna di Nùmenor. Questo pensava, non comprendendo il valore dell'umiltà ed il coraggio del pentimento. Mai Ar-Pharazôn, il più grande dei re, avrebbe accettato simile disonore!
"Torna da Manwë, traditore della tua patria", disse ad Amandil. "e digli che il re di Elenna è qui per reclamare ciò che è suo per il diritto datogli dal suo potere, e non per ascoltare vuote minacce".
Amandil dovette allontanarsi, sconfitto e deluso, e si ritirò nuovamente in Valinor mentre Ar-Pharazôn preparava il suo folle attacco. Esso non avvenne mai, perché com'è noto Manwë Sùlimo invocò la sacra potenza di Ilùvatar, che stravolse l'aspetto del mondo e decretò la fine di Nùmenor.
Tuttavia non fu inutile il viaggio di Amandil:
"Giacché mi hai mostrato che c'è ancora del buono nel sangue dei Dùnedain, e che né Morgoth né Sauron hanno potuto corromperlo totalmente.", disse Manwë ad un deluso Amandil che si era presentato nuovamente al suo cospetto. "Dunque voglio dare ai tuoi discendenti l'opportunità di rifondare ciò che oggi è andato distrutto. Essi, che sotto tuo consiglio hanno atteso la sorte del loro paese sulle loro navi lontano da terra, saranno risparmiati e potranno fondare nuovi regni nella Terra di Mezzo, riabilitando con le loro gesta la vostra razza. Tuttavia, come già proibii ad Eärendil il Marinaio di far ritorno donde era venuto, così ordino a te di non lasciare questa terra poiché lingua mortale mai dovrà narrare di questi luoghi ad orecchio mortale: qui finirai i tuoi giorni, nella meritata pace di Valinor".
Questo fu decretato da Manwë l'ultimo giorno di Nùmenor, e per questo motivo la storia di Amandil è ignota agli uomini ed ai suoi stessi discendenti. Essi fondarono grandi regni nella Terra di Mezzo ed affrontarono nuovamente il Nemico, finché l'ultimo di loro, Re Elessar, partecipò all'ultima guerra contro l'Oscuro Signore, nella quale egli fu definitivamente sconfitto.
E sebbene di ciò neppure Re Elessar fosse a conoscenza, questo non sarebbe stato possibile senza l'eroico viaggio di Amandil, ultimo Signore di Andùnië.